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Alla ricerca di me - Capitolo 1
13.05.2026 |
595 |
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"Avevo finalmente trovato la mia riva, fuggendo da quel maschile che ancora sentivo, con odio, scorrere dentro di me..."
L’Origine: Un Kernel nel SilenzioLa mia storia inizia in una famiglia letterata ma profondamente conservatrice, un ambiente dove la scuola pubblica non era un luogo per imparare a pensare, ma una macchina progettata per la clonazione sociale. In quella casa la televisione era un tabù — "fa diventare stupidi", ripetevano — e così la mia unica finestra sul mondo divenne un Sinclair Spectrum con i tastini di gomma. Fu il mio primo punto di accesso, l'unico modo di connettermi a quel monitor altrimenti vietato.
Mentre la mia essenza rimaneva compressa, frequentavo l'istituto magistrale. Immaginate la scena: eravamo solo due maschi in un'aula di ventisei ragazze, tra traduzioni di latino e analisi di Dante. Mi sentivo a casa. Ero magra, esile, con un aspetto androgino che le ragazze avevano accolto come uno di loro. Mi portavano nel loro mondo, mi mettevano lo smalto trasparente e mi iniziavano al fondotinta. La prof di latino mi chiamava "Signorina", un riconoscimento genuino della mia natura in un'epoca in cui io stessa non avevo ancora realizzato il mio disagio.
Eppure, in quel paradiso, ero come Caronte: sospesa sul fiume, né da una riva né dall'altra, condannata a un'identità fluida su un carico di anime prave. Quando guardavo il mio unico compagno maschio, vedevo un "animale": la barba e i peli mi provocavano una repulsione viscerale. Odiavo quella figura; non volevo trasformarmi in lui.
Il Codice come Via d'Uscita
Per validare quel computer, i miei mi iscrissero a un corso di BASIC. Tre volte a settimana ero l'unico ragazzino tra adulti che non capivano nulla, mentre io restavo affascinata dalle mie righe di codice che mostravano la loro prima struttura sensata. Il docente vide in me qualcosa di raro e convinse i miei che ero "portato": fu così che, dopo un 100/100 e un upgrade al Sinclair QL, arrivò l'Olivetti M200 con hard disk da 20mb e DOS 3.1.
Quella macchina divenne la mia ossessione. Smisi di studiare per la scuola, dichiarando guerra a quel sistema. I miei mi trascinarono dallo psicologo, ma fu la loro sconfitta: lui capì subito e convinse mio padre a farmi scegliere da solo. Lasciai le magistrali per le industriali in informatica, bruciando tre anni di studi pur di seguire la mia logica.
Il Crash di Sistema: L'Inferno delle Industriali
La felicità durò poco. Mi ritrovai in un ambiente totalmente maschile, squallido e sessista. Lì, l'animale strano ero io, il ragazzo gay. Non sapevo nulla di transizioni o ormoni, ma realizzai con violenza di essere diversa. Resistetti solo due mesi prima di "esplodere": mi chiusi in casa, ridotta a uno straccio, nel periodo più buio della mia vita. Mio padre, il pedagogista, non si dava spiegazioni; mia madre snocciolava rosari davanti al camino.
La soluzione arrivò da un collega di mio padre: un istituto parificato internazionale a Roma, associato a Cambridge e alla Luiss. Accettai senza nemmeno pensarci.
Il Reboot Romano: Sara e la Libertà
A Roma tutto cambiò. Vissi per cinque anni in un hotel convenzionato che fungeva da casa dello studente. Il primo giorno di scuola conobbi lei: Sara, la mia Musa di Milano, compagna di banco e di vita. Ci riconoscemmo subito. Mi insegnò l'esistenza dei bloccanti — che iniziai a prendere poco dopo di lei — e mi istruì su tutto: come proteggermi dai maschi e come finalmente manifestarmi.
Io e Sara andavamo in giro per Roma a fare shopping di abbigliamento; era un rito di fondazione. Ogni strisciata di carta erano soldi che scalavano dal conto, ma era autostima che cresceva a ogni acquisto. Era il prezzo della mia libertà, pagato con gioia per costruire l'immagine che avevo sempre tenuto compressa. Iniziai a vestirmi "nella real life" come ragazza, ma in modo sobrio: jeans, sneakers, felpe larghe e parigamba.
In hotel eravamo libere, due "matte" che studiavano assieme e si baciavano come sorelle. Roma era un ambiente eterogeneo e multiculturale dove non c'era spazio per le frecciatine di Cagliari. Lì non ero più il "Gay" (etichetta che odiavo, perché detestavo i maschi in ogni loro forma), ma una studentessa normale.
Passai dal sentirmi chiamare "Signorina" al sentire il prof riprendermi scherzosamente con un "ma sei de coccio" in romanesco stretto. Avevo finalmente trovato la mia riva, fuggendo da quel maschile che ancora sentivo, con odio, scorrere dentro di me.
Se vuoi sapere come va a finire, lo scoprirai nel prossimo capitolo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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